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Archive for agosto 2009

g Ecco un altro esempio di mirabile cultura gratuita (riscrivo: gratuita) a Milano (riscrivo: a Milano): la mostra Woodstock – the after party.

La Triennale Bovisa offre, fino alla fine del 2009, libero accesso alle sue esposizioni. Questa mostra fotografica, ottimamente realizzata, ripercorre l’evento Woodstock.

Lo storico festival è nato a partire dall’annuncio di due giovani benestanti sul New York Times: “Young men with unlimited capital looking for interesting, legitimate investment opportunities and business propositions”.

Tutti i raduni, i festival, i concerti dopo il 1969 devono qualcosa a Woodstock. Quello che non sempre è stato colto e che invece questa mostra aiuta a comprendere è l’atmosfera dell’evento. Woodstock non fu solo un concerto, ma una forma di convivenza collettiva, di autogestione giovanile. Ad un certo punto mezzo milione di persone si ritrovarono senza cibo, acqua, servizi igienici e prive di tutto quello che oggi troviamo ad un concerto super organizzato. Non si verificarono incidenti seri, non si scatenarono risse, incendi o violenze di alcun tipo. Nel 1969 a Bethel erano presenti anche bambini molto piccolo, oggi quale genitore porterebbe il proprio figlio a Imola o a San Siro?

A Woodstock non venne mai meno la civiltà. Il confronto con i vari festival organizzati nei quaranta anni successivi è davvero imbarazzante. Oggi si hanno eventi costruiti e commerciali.

Il pubblico del primo Woodstock era composto da una gioventù genuina e semplice. Questa spontaneità è palese nell’aspetto: capelli lunghi e sciolti, donne morbide; mentre le immagini del duemila rappresentano un pubblico f into, tatuato, ossigenato, palestrato e sottoposto a chirurgia estetica. Le interviste di allora parlano di amore e pace, i ventenni americani di oggi parlano di sesso e birra.

Ci sono alcuni dettagli della mostra su cui indugiare: il confronto tra le sostanze stupefacenti del primo Woodstock; si vedono gli stessi artisti fumare marijuana mentre nelle foto recenti si vedono giovani cocainomani. Inoltre a Woodstock 69 erano presenti pochi polizziotti, da soli, senza armi. Se intervistate, le forze dell’ordine definivano gli spettatori “dei bravi americani”. Oggi si predispongono intere file di soldati, elicotteri e cani antidroga per qualsiasi evento che preveda l’aggregazione di più di cento persone.

Se è pur vero che ogni epoca ha la sua moda, i suoi ideali, la sua droga e di conseguenza la sua forma mentis, viene spontaneo chiedersi se ogni epoca abbia anche la sua gioventù. I giovani del 2000, figli dei figli dei fiori, hanno davvero perso ogni valore, ogni possibile spirito di comunità? Se i giovani sono l’avanguardia di un paese, abbiamo forse la gioventù che ci meritiamo o siamo solo il frutto inesorabile di questa società? Che valori porteremo avanti? Nel 1969 due giovani benestanti crearono Woodstock con il proprio denaro. Cosa accadrebbe oggi? Come spenderebbe il suo denaro un ventenne del 2009?

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quintorigo

Quintorigo plays Mingus è un’esperienza unica e rara. La cultura musicale in questo paese langue. Ancora più infrequente è riuscire ad assistere ad un evento del genere pagando solo cinque euro.  Il concerto si è svolto nell’ambito della diciottesima festa di Radio Onda d’Urto, festa grazie alla quale la storica radio di Brescia si autofinanza. Si tratta di una festa allegra, colorata, pacifica e multietnica. (Non si spiega pertanto il dispiego di camionette dell’esercito, vigili urbani e cani polizziotto all’ingresso della festa. O basta essere una radio storicamente di sinistra, in una città amministrata dal centrodestra, per vedersi tolti gli spazi? Il contrario accadrebbe? )

Osservazioni politiche a parte, di certo sposare un’opera musicale e teatrale così raffinata dentro a un contesto così spartano non deve essere un semplice connubio. Mingus era un genio rude, arrabbiato e più bastardo di un cane, come lui stesso si definì. Mentre l’interpretazione dei Quintorigo è delle più eleganti; Luisa Cottifogli è attrice, cantante e, tra un pezzo e l’altro, di nuovo attrice. Il pubblico, colto perchè così vuole lo stereotipo di chi frequenta questo ambiente, non lo è certo musicalmente. L’ho intuito ascoltando due donne in mezzo alla folla. Erano due persone sicuramente provenienti dal mondo della musica,  notavano che il pubblico non appludiva durante i solo. Bisogna necessariamente essere diplomati al conservatorio o esperti di jazz per apprezzare? E’ necessario sottolineare che la voce ha poco spazio tra tali musicisti? E’ davvero indispensabile saper cogliere ogni finezza artistica senza considerare che non tutti hanno gli stessi strumenti e le stesse conoscenze?

Che prezzo ha la cultura in questo paese se quando un evento del genere non è capito da chi la cultura la fa (artisti) e chi la cultura la dovrebbe incoraggiare e finanziare (amministrazione pubblica)?

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images

C’è tutto in questo film.

C’è il ricordo-incubo della guerra, la paura e il razzismo verso gli immigrati, l’importanza della memoria storica di un uomo, contenuta tutta nel suo garage.

I temi sono grandi,  appena introdotti. Ma anche solo accennare a determinati argomenti apre la porta  di mondi vastissimi. In Gran Torino si intravedono, nello stesso personaggio, i possibili ruoli di un uomo: Walt come padre mancato del proprio figlio naturale è allo stesso modo padre che insegna al giovane Thao come stare al mondo.

Nel film di Eastwood è narrato il dramma di non sentire più il senso di appartenenza alla propria cultura. Di fronte al garage fornito di attrezzi, Thao pensa come un giovane occidentale: “Non riuscirò mai a comprarmi tutta questa roba”. Il vecchio Walt, americano, spiega che nel suo garage sono racchiusi cinquanta anni della sua vita. E’ il principio originale e ormai perso della cultura americana: costruisci te stesso. Ciò che sei non è ciò che possiedi o che riesci ad acquistare, ma è dato da quello che riesci a creare nel tempo. E’ il culto della parsimonia, del risparmio, del mettere via le cose contro il credo del consumismo: comprare e buttare.

Clint Eastwood critica velatamente anche la Chiesa; il giovane sacerdote che lo insegue per strappargli una confessione, quando finalmente la ottiene non sa come comportarsi. Tre Ave Maria e due Padre Nostro è tutto ciò che gli hanno insegnato, non si va oltre il tracciato prestabilito.

In quest’opera di Eastwood c’è il bullismo, la crescita umana, la vecchiaia, la morte e in un certo senso l’eutanasia. Walt si suicida o sceglie come morire? Il suicidio è scegliere come si vuole morire?

In Gran Torino si intravede in lontananza l’influenza della donna nella vita di un uomo. Walt è riuscito a sposare “la donna più in gamba del pianeta” ed il giorno in cui inizia a tossire o a morire è proprio il giorno del funerale di sua moglie.

C’è proprio tutto in questo film, c’è la vita vera.

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